Nelle zone rurali, le più povere del Ciad, le donne svolgono un ruolo fondamentale per la produzione agricola e l’allevamento del bestiame di bassa corte. Sono impegnate in molteplici attività essenziali per la sopravvivenza delle loro famiglie. Spetta a loro la responsabilità di provvedere al cibo, all’acqua e al procacciamento del combustibile di cui queste ultime hanno bisogno. La qualità dell’assistenza che le madri forniscono ai loro bambini ha un’influenza decisiva sulle probabilità che essi rimangano in buona salute e siano, in seguito, in grado di svilupparsi e lavorare. Al tempo stesso le donne, rispetto agli uomini, hanno possibilità decisamente minori se non addirittura inesistenti, di accedere a istruzione, informazioni, risorse e servizi. Hanno anche scarsa influenza e meno possibilità di scelta per quanto riguarda le decisioni in ambito sia privato che pubblico (una sola donna è presente nel governo del paese), in pratica non possono influire sulle decisioni che condizionano la loro vita e quella dei loro figli.

Queste disparità che persistono e a volte tendono anche ad aumentare, impediscono alle donne di svolgere il proprio ruolo essenziale, ostacolando così lo sviluppo, tanto umano quanto economico.

Quando viene offerta loro l’opportunità di farlo, le donne delle aree rurali sono capaci di generare cambiamenti sostanziali all’interno delle comunità in cui vivono.

Da esperienze oramai consolidate nella realtà africana si è potuto verificare come:

- un maggiore accesso delle giovani ragazze all’istituzione primaria e secondaria e alla formazione professionale sia strettamente correlato alla diminuzione dei tassi di malnutrizione e mortalità;

- le donne che partecipano in modo dinamico alle attività produttive possono contribuire all’organizzazione di associazioni di base in grado di promuovere e portare avanti iniziative locali di auto sostegno;

- nel settore agricolo, quando le donne hanno accesso ai fattori produttivi e alle competenze relative, la produttività aumenta notevolmente;

- risparmiatrici e previdenti, le donne tendono a utilizzare il proprio reddito a vantaggio di tutta la famiglia.

La lavorazione del risone col mortaio è fatta esclusivamente dalle donne e richiede molto tempo. La lavorazione meccanica del risone causa un’alta percentuale di rotture della cariosside (> 80 %) e consegna un prodotto finale (la risina) scadente e non commerciabile.

Nella lavorazione manuale e meccanica, non avviene inoltre la separazione della lolla (dannosa per l’alimentazione animale in quanto contiene un’alta percentuale di silice) dalla pula, (miscuglio di farinaccio e rotture), sottoprodotti molto ricchi in vitamine e proteine.

La mancata separazione della lolla dalla pula rende nocivo l’utilizzo di quest’ultimi sottoprodotti per la corretta alimentazione animale.

L’obiettivo del progetto è quello di introdurre un nuovo sistema di lavorazione del risone per:

. aumentare del 70% la resa di riso bianco

. migliorarne la qualità commerciale con possibilità di vendere il riso a prezzi più alti (+ 80%)

. recupero totale dei sottoprodotti della lavorazione per l’alimentazione animale (+ 100%)

. stimolare e rendere vantaggioso l’allevamento dei maiali a stabulazione fissa

. eliminare il diffondersi di epidemie e migliorare condizioni igieniche sanitarie dei villaggi

Tecnicamente questo innovativo sistema di lavorazione si ottiene con uno sbramino a rulli in gomma completo di separatore a ventilazione forzata. In questa attività si vuole impegnare le donne per alleggerire il loro carico di lavoro, impegnarle in una attività lavorativa affinché possano sostenere le loro famiglie, formarle, istruirle e favorirne l’emancipazione.

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